Il volontariato non ha età

Il volontariato non ha età

Per l’ultima newsletter del 2021, ho pensato di dedicare questo spazio a chi ogni giorno, senza guardare il tempo che passa dedica la propria esistenza al Volontariato. Carmen Patrignani, una volontaria di AIL di Pesaro, ha dedicato e continua a dedicare il suo tempo al volontariato e in questa news ci racconta la sua grandiosa esperienza.

Colgo altresì l’occasione insieme a tutti i consiglieri di AIL Pesaro per ringraziare tutti i collaboratori, dipendenti, medici, infermieri e lettori per porgere i migliori auguri di buone feste e felice anno nuovo. FORZA AIL.

Il Presidente
Massimo Sierra

IL VOLONTARIATO NON HA ETA’

Quando Alberto è andato in pensione ci siamo guardati intorno per vedere come trascorrere il tempo.

Andare in pensione non significa non fare più nulla se non leggere il giornale, raccogliere le foglie in giardino, portare a spasso i nipotini (forse è la cosa più gratificante), o ancor peggio passare le ore al bar, sentivamo che ci mancava qualcosa. Fare un’attività per la quale ci si potesse sentire realizzati; cioè la possibilità di dedicare un po’ del nostro tempo agli altri, a chi poteva aver bisogno di sostegno morale e aiuto materiale. Così siamo partiti un po’ al buio, per una zona alquanto impervia del Brasile amazzonico nello stato dell’Acre, al confine con il Perù e la Bolivia.

Arrivati in una cittadina Sena Madureira (vicinissima a Xapurì città dove è vissuto ed è stato ucciso Cicho Mendes) sepolta nella foresta, ci siamo guardati intorno e siamo rimasti colpiti dall’ambiente molto degradato, con le case fatiscenti, strade piene di fango, mancanza di fognature, mancanza di igiene ma soprattutto vedere un’infinità di bambini scalzi che vivevano per strada una mezza giornata mentre l’altra mezza giornata andavano a scuola. Siamo convinti che la miseria si combatte soprattutto con l’istruzione. Abbiamo così aperto un anno dopo l’altro dei dopo scuola chiamati “Reforço escolar”. Abbiamo scelto di operare nei quartieri più periferici e più poveri della cittadina per far sì che i bambini non dovessero fare km a piedi per arrivare in centro dove erano accentrate tutte le attività. Costruimmo le scuole in legno, un’unica stanza con una piccola cucina e due bagni in un terreno messo a nostra disposizione dalla parrocchia.

Una scuola, poi un’altra, un’altra ancora fino ad arrivare a sei scuole. Ogni giorno avevamo nel nostro “reforço” fino a 400 bambini. Il nostro non era solo un dopo scuola, ma era una cultura di vita perché oltre all’insegnamento scolastico, davamo un buon pasto, curavamo l’igiene (tutti in fila prima di mangiare per lavarsi le mani, lavare i denti con lo spazzolino: fino al nostro arrivo i bambini non lo conoscevano, tenere pulita la scuola), li facevamo giocare per un’ora abbondante e qui li aiutavamo a socializzare e a rispettarsi l’uno con l’altro, perché è nel gioco che si aiutano i bimbi a crescere. Abbiamo anche organizzato dei tornei di calcio (in ogni scuola abbiamo costruito un campo da pallone ,ben recintato, un campo da volley e delle altalene) ; prima i bambini giocavano per strada con palloni fatti di carta e stracci. Tra le nostre scuole abbiamo fatto dei tornei con tanto di coppe per i vincitori, coinvolgendo anche le autorità civili.

Potevamo così dimostrare che “fare” vale molto di più che “dire”.

I nostri bambini erano birichini, alle volte prepotenti, vendicativi, ma anche tanto affettuosi. Una cosa che mancava loro era l’affetto o più precisamente le manifestazioni di affetto. La mamma era occupata nei vari lavori domestici per racimolare qualcosa da mangiare; la figura paterna era quasi assente o perché i padri lavoravano nella foresta e tornavano a casa ogni 2-3 mesi, o non esisteva proprio. I bambini hanno trovato in noi delle persone che si interessavano a loro e questo li rendeva felici. Erano anche affezionati alle insegnanti, alla direttrice della scuola, alle cuoche che lavoravano con noi. Il personale di queste “scuoline” era tutto del posto ed era formato da 10 insegnanti, 5 cuoche e 4 ragazzi che aiutavano nello sport. Personale ben preparato che aveva una grande attenzione per ogni loro necessità. Abbiamo chiamato queste “scuoline” “Una scuola per sorridere e sperare” poi quando, per necessità, siamo diventati una Onlus, la scuola ha preso il nome di “Raggio di sole”. Volevamo dare ai nostri bambini un raggio di sole che li potesse scaldare e li potesse illuminare col calore e l’attenzione.

Come facevamo a mantenere questa organizzazione? All’inizio ci siamo appoggiati alla parrocchia, dove due padri italiani p.Paolino di Loiano (Bo) e p.Ettore di Montese (Mo)vivevano lì da più di 60 anni ; persone eccezionali, due pezzi da novanta. Sono stati ripetutamente minacciati di morte (ma non si sono mai arresi) quando è stato necessario schierarsi contro la deforestazione dell’Amazzonia. Hanno aderito con entusiasmo al nostro progetto di aprire delle scuole, che dalla gente del posto venivano chiamate ”Le scuoline di Carmen e Alberto”. P.Paolino le visitava tutti i giorni , giocava con i bambini e con il suo sorriso senza denti, era il più felice. P.Paolino era chiamato il “Santo del fiume Iaco” perché con le erbe, i semi e i frutti della foresta curava le varie malattie di cui erano affetti gli indios. Abbiamo avuto in questi 12 anni di permanenza a Sena Madureira un grande aiuto morale da entrambi. Economicamente invece eravamo indipendenti.

Noi pensavamo al nostro mantenimento, mentre per le scuole avevamo creato un ponte con l’Italia. Diversi amici venuti a conoscenza di quello che facevamo, ci sostenevano organizzando cene e vendendo i vari oggetti etnici che noi portavamo al ritorno in Italia. Due volte all’anno tornavamo in Italia: 2 mesi d’estate e a Natale. Abbiamo ospitato nella nostra casetta di legno fino a 90 italiani; volevamo che vedessero con i loro occhi come venivano spesi i soldi che ci inviavano. Siamo partiti pensando di rimanere due anni, “due anni”? a me sembrava tantissimo, eppure un altro ancora e poi basta, ancora uno e basta e sono diventati 12 anni prima che gli acciacchi ci costringessero a cedere il posto ad altri.; le cose da fare erano tante che non ti accorgevi che il tempo trascorreva con grande celerità. Questi 12 anni hanno lasciato un segno profondo e legami indistruttibili.

Calcoliamo che nei 12 anni di permanenza in Acre siano stati assistiti più di 1500 bambini a cui abbiamo sempre regalato il sorriso, la speranza, un pasto al giorno (molti venivano per mangiare) e tanto affetto. Pensiamo di aver piantato il seme della speranza e dell’amore. Abbiamo messo un “treno sulle rotaie”, gli abbiamo dato una spinta e si è messo in moto. Abbiamo seminato e qualcuno raccoglierà i frutti. Noi siamo stati ripagati per tutto questo tempo dai sorrisi dei nostri bambini, sorrisi che arrivavano prima dagli occhi e poi dalle labbra.

Abbiamo pensato che l’età matura non fosse un impedimento ma un vantaggio per dedicare più tempo agli altri, maggiormente bisognosi e dimenticati, una condizione positiva per realizzare qualcosa di bello. La nostra testimonianza può rendere più ricca l’età del pensionamento.

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